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L'Arcipelago domestico

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L'Arcipelago domestico è una rubrica del magazine digitale La Biblioteca delle Isole e racconta la storia delle isole della Laguna di Venezia come rete inscindibile di funzioni ed entità differenti per la città.

La rubrica è a cura di Ludovica Galeazzo, Digital Humanities Research Associate presso I Tatti - The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies con il progetto "Archipelago: Mapping the Islands of the Venetian Lagoon".

Questi gli episodi usciti nei numeri del magazine fin qui pubblicati, distribuiti a oltre cinquemila iscritti tramite newsletter.

 

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Strumenti redazionali e contenuto evoluto
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La Laguna di Venezia nell'Isolario di Benedetto Bordone (1528, Libro nel qual si ragiona de tutte le isole del mondo). Evidenziati in rosso i due Lazzaretti.

Flessibilità nell'emergenza: un ospedale galleggiante al Lazzaretto Nuovo

E' il 1575 e una seconda grande epidemia, dopo la "peste nera" trecentesca, colpisce Venezia falcidiandone un quarto della popolazione in meno di due anni. La città da oltre un secolo aveva convertito le isole di Santa Maria di Nazareth e Vigna Murata rispettivamente nei Lazzaretto Vecchio e Nuovo per la cura e quarantena dei malati. Ma il numero dei ricoverati raggiunge cifre elevatissime e lo spazio, da sempre assillo della Repubblica, non basta. Il problema dell’affollamento ma soprattutto della promiscuità dei degenti impone una ricerca febbrile per trovare, diremmo oggi, nuovi "posti letto". La città fa allora ricorso al pragmatismo, alle radici marinare e alla vocazione all’accoglienza che le sono doti peculiari. Se lo spazio non c’è occorre crearlo. Il primo espediente sarà dunque estendere i confini fisici del Lazzaretto Nuovo, non con altra terra ma su un cordone di barche a cingerne i fianchi: un padiglione ospedaliero sull’acqua per dare ricovero alle persone in contumacia. Il Senato intima ai Patroni all’Arsenal, i magistrati incaricati delle costruzioni navali, di racconciare tutte le imbarcazioni a disposizione e di fabbricare cento nuove burchielle perché, insieme ad altri natanti presi a noleggio anche dalla terraferma, siano messe alla fonda attorno all’isola. Nasce così quella "città galleggiante" che un testimone dell’epoca, il notaio Rocco Benedetti, nell’opuscolo Novi avisi di Venetia non esita a dipingere come un’armata contenente oltre 10.000 persone. E in qualche modo colpisce la scelta di questo termine, perché solo tre anni prima il cronista aveva utilizzato il medesimo vocabolo per descrivere l’impressione suscitata in città dalla "gran selva" di galee, brigantini e palischermi che, in quel frangente addobbati a festa, avevano accolto l’arrivo al Lido di Enrico III, re di Francia e Polonia.
Flessibilità, industria e adattabilità: anche nell’emergenza Venezia trasferisce nelle sue isole le consuetudini che l’hanno resa celebre al mondo, mettendo in campo un modello di gestione della salute e dell’economia urbana a cui molte città d’Oltralpe guardarono per secoli.

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Il Lazzaretto Nuovo all'epoca della quarantena (ricostruzione storica di Gerolamo Fazzini e Giorgio Barletta)

Simboli e messaggi: Santo Spirito tempio dell'ospitalità internazionale

Oggi Santo Spirito, nella Laguna sud di Venezia, è un nome ai più sconosciuto. Isola privata e da decenni sottoposta a lavori di ristrutturazione, ha perso la memoria dell’importanza che ebbe in passato per la Serenissima quando, nell'immaginario collettivo, era la "porta di accesso" per ambasciatori, dignitari e teste coronate delle principali corti europee. Come molte delle isole lagunari si prestò infatti a luogo ideale per ufficializzare l’ingresso solenne di personalità di alto rango in transito a Venezia. Nel corso dei secoli la Repubblica mise a punto un complesso cerimoniale di accoglienza che, snodandosi all’interno del bacino, guidava progressivamente gli stranieri all’udienza davanti al Doge.
Sorvegliare e stupire: Venezia offriva al mondo la sua unicità. Gli ospiti, accolti fastosamente ai limiti della Laguna da decine di senatori e imbarcazioni in gran parata, erano condotti, in base alla loro nazionalità, in isole dedicate dove formalizzare la loro presenza come in un odierno controllo passaporti. Santo Spirito era tappa obbligata per gli ambasciatori dei re francesi e spagnoli e i nunzi apostolici nonché, a partire dal 1606, anche per diplomatici della corona inglese.
La cerimonia dell’accreditamento si svolgeva all’interno della chiesa – la cui ricostruzione fu completata verso la metà del Cinquecento da Jacopo Sansovino – e culminava con la stretta di mano tra i rappresentanti delle potenze che dava avvio a trattati, alleanze e giochi di potere.
Il luogo di culto si fece tempio politico, simbolo civico così importante da volerne preservare la memoria nella città stessa. Dopo la soppressione dei Canonici regolari nel 1656 e la spoliazione della fabbrica liturgica, alcune pietre pavimentali vennero infatti prelevate, insieme alle più note tele di Tiziano, e trasferite nell’erigenda Basilica della Salute. Ancora oggi possiamo vederle incastonate davanti agli otto pilastri della rotonda, umili nello sfarzoso tappeto di marmi policromi ma orgogliose testimoni della storia cittadina.

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Immagine: Isola di Santo Spirito, tratta da V.M. Coronelli, Isolario, 1697

La Laguna dell'ingegno: gli aquimoli di Santa Maria degli Angeli a Murano

"Andai al loco unde se vendono le farine in genere: el mondo non ha al presente cossì singulare cosa: vedando tanta habundantia e belleza, da me sono confuxo". A rimanere sbalordito di fronte all’opulenza di biade e pani in circolazione a Venezia è Pietro Casola, pellegrino milanese giunto in città nel 1494 per imbarcarsi alla volta di Gerusalemme. E singolare era davvero tale visione. La città e la sua laguna per loro natura furono infatti da sempre prive di qualunque cereale che bisognava importare da diversi mercati della Penisola: dalle campagne padovane, trevigiane e friulane, e ancora dalle Romagne, dall’Istria, dall’Abruzzo e dalla Puglia e, nei periodi di carestia, anche dalla Sicilia e dalle isole del Levante.
Non era però sufficiente acquistare frumento, occorreva trasformarlo in farina, e come assicurarsi l’energia per avviare le macine in mancanza dell’azione dei fiumi fu preoccupazione costante della Repubblica. Ma si sa, la necessità aguzza l’ingegno. E allora i Veneziani, sin dall’epoca medievale, prima di poter ricorrere all’ausilio delle macine fluviali dell’entroterra, ricorsero a un particolare sistema di mulini ad acqua, gli aquimoli, che sfruttavano l’escursione delle maree lagunari. I più noti si trovavano nell’estremità nord-occidentale dell’isola di Murano, presso il monastero di Santa Maria degli Angeli.
Come funzionassero lo racconta un bellissimo disegno su pergamena del XV secolo: una lunga arginatura a semicerchio formava un bacino salmastro indicato nell’elaborato come "lago di Morexini" perché di proprietà delle chiese di San Salvador e dei Santi Maria e Donato, ma goduto a titolo di livello dalla famiglia Morosini. L’insenatura veniva riempita in fase di marea entrante così da chiudere tutte le paratie quando il livello dell’acqua era massimo, si attendeva poi la bassa marea per aprire le dighe, sfruttando il salto per garantire la velocità di corrente necessaria ad azionare le quattro macine rappresentate in basso a sinistra.
Sebbene non particolarmente produttivi, poiché i mulini potevano lavorare solo mezza giornata e produrre un sacco di grano al giorno, questi manufatti rappresentano uno degli esempi più eloquenti di quello spirito di adattamento e ingegno che il procuratore Angelo Falier, rivolgendosi al doge Pietro Ziani, elogiò asserendo che, proprio perché a Venezia non nascono "né formento, né altre biave", è racchiusa la "suprema principal industria dei Veneziani".

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Illustrazione: Mulini ad acqua presso il monastero di Santa Maria degli Anzoli di Murano, XV secolo. Archivio di Stato di Venezia, Santa Maria degli Anzoli, b. 32

I luoghi del conforto: San Clemente isola della spiritualità

San Clemente è oggi l’isola del lusso e degli eventi istituzionali: qui ogni anno approdano da tutto il mondo convegnisti, ospiti illustri e coppie innamorate decise a coronare il loro sogno in uno scenario da favola immerso nella laguna veneziana.
Eppure, nelle tante vite vissute da questo luogo, esso è stato per secoli la meta di tutt’altri pellegrinaggi. Rifugio in cui recarsi in preghiera e alla ricerca di momenti di spiritualità, ma anche sito dove espiare le proprie colpe. Sino alla soppressione, nel 1810, della comunità di eremiti camaldolesi del Monte Rua ivi insediata, giungevano nell’isola da tutta la Penisola e da Oltralpe cittadini desiderosi di rimirare una delle riproduzioni della Santa Casa della Madonna di Loreto fatta realizzare da monsignor Francesco Lazzaroni all’indomani della peste del 1630. Il prezioso ‘scrigno’, di oltre nove metri per quattro, ancora oggi risplende nei suoi marmi policromi all’interno della chiesa e connota quello che per lungo tempo è stato uno tra i siti più noti della devozione mariana e tappa importante per chi sperava in un’indulgenza plenaria a lavare i propri peccati. 
Poco distante dal tempio religioso, nell’ampio giardino che si apriva verso sud, un gruppo di patrizi veneziani, tra cui il doge Francesco Molin, aveva fatto costruire a proprie spese altri spazi dedicati alla vita contemplativa: quattordici casette destinate ai Camaldolesi ma spesso utilizzate dai nobili stessi per allontanarsi dalla frenesia della città. Ce ne fornisce una dettagliata descrizione Angelo Seguso, architetto incaricato negli anni Settanta dell’Ottocento della costruzione del manicomio centrale femminile e poi ospedale psichiatrico che per oltre un secolo rimase insediato sull’isola, cancellando ogni traccia dell’antico romitorio. Piccole oasi di pace e di preghiera, tutti gli edifici avevano al piano rialzato una biblioteca, una chiesetta con altare e una stanza da letto dotata di caminetto, mentre al piano terra un deposito per la legna e una latrina. Tutt’attorno si estendevano, cinti da una bassa muraglia, giardinetti privati che ogni ospite doveva tenere curati con aiuole fiorite e che erano impreziositi da grotte artificiali ornate con conchiglie e spugne marine, stupore e ammirazione di ogni ospite.

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Illustrazione: Vincenzo Maria Coronelli, Isola di San Clemente, da Isolario dell’Atlante Veneto, 1696, f. 49r

Isole dell’ospitalità: San Secondo e l’accoglienza dei viandanti

Giungendo a Venezia dalla terraferma, a pochi metri dal ponte translagunare, ci accoglie oggi una piccola isola abbandonata, dalla forma tondeggiante, tristemente erosa dalle acque e infestata dalla vegetazione. È nota con il nome di San Secondo, sebbene molti Veneziani siano soliti chiamarla con il poco meritevole appellativo di “isola delle scoasse”.
È difficile immaginare che la sua storia abbia quasi un migliaio di anni e che tra Cinquecento e Settecento essa abbia ospitato una delle comunità domenicane più floride e strategiche per la capitale marciana. La sua fortuna e importanza derivavano dalla posizione lungo una delle fondamentali vie di collegamento tra il centro urbano e Marghera, che le permise di assolvere anche funzioni strettamente legate alla vita quotidiana che animava la Laguna.
Al suo interno infatti trovavano posto, oltre alle fabbriche conventuali, numerose strutture e attrezzature ricettive di ausilio alla città e, in particolare, una rinomata foresteria che ogni giorno accoglieva marinai, pescatori, mercanti e chiunque in viaggio avesse bisogno di ristoro durante fortunali o dopo lunghe ore di navigazione. Posta a destra della chiesa, sopra la grande cavàna d’acqua per il riparo delle imbarcazioni, essa era costituita da ampie camere e sale per ricevere “qualunque sorte di gente che v’arrivi”, fornendo sia vitto sia alloggio. Gli stessi padri domenicani, nelle petizioni presentate a più riprese alla Repubblica, la ricordano come un ambiente “frequentatissimo”, tanto da richiedere di essere esentati dal pagamento della tassa degli ortolani per “l’incomodo che giornalmente soffrono per alloggiare le persone che capitano in quell’isola”. Le spese di alimentazione e ricovero erano infatti completamente a carico della comunità religiosa cui era richiesto, oltre alla comunione forzata con i forestieri, anche il loro accudimento.
Una cultura dell’accoglienza che, connaturata nelle consuetudini veneziane, elesse anche i centri pelagici a luoghi nodali e imprescindibili della vita cittadina.

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Illustrazione: Domenico Lovisa, Veduta dell’Isola di San Secondo verso Lizza Fusina de PP. della Riforma di S. Domenico, 1717

Riforma monastica ed erudizione tra le acque: San Giorgio in Alga, isola di umanisti, santi e papi

Entrando a sinistra nella sala capitolare della Scuola Grande di San Marco ci accoglie una grande tela cinquecentesca rappresentante la Crocifissione, recentemente attribuita alla bottega di Girolamo e Francesco da Santa Croce. Quello alle spalle della scena religiosa è un paesaggio montano, puntellato da alture e cittadelle turrite ma, tra le placide acque di uno specchio lacustre, emerge stranamente la piccola isola di San Giorgio in Alga, nella realtà posta in Laguna lungo il canale di Fusina, a metà strada tra il Petrolchimico e Venezia. L’opera, un tempo collocata all’interno del refettorio del convento isolano, ne raffigura i principali edifici: la chiesa gotica, il campanile cuspidato, gli spazi religiosi e, sulla sinistra, l’ampia cavàna pubblica che ogni giorno riceveva alti prelati, nobiluomini e illustri forestieri.
Non stupisca la scelta di questa ubicazione fittizia: l’isola non fu mai solo una delle tante terre emerse della Laguna veneziana, al contrario fu un luogo fortemente connesso alla capitale ma, soprattutto, proiettato verso la terraferma. Tra le sue mura si consumò una delle stagioni spirituali, umaniste e culturali più feconde della storia veneta. Rifugio dapprima di un gruppo di monaci Benedettini e poi di Eremiti agostiniani, dal 1404 l’isola divenne il caposaldo della fiorente comunità dei Canonici regolari di San Giorgio in Alga, istituita dal priore commendatario Ludovico il Barbo che qui raccolse un cenacolo di giovani chierici patrizi desiderosi di abbracciare l’ideale di una vita ascetica in comune. Vi si forgiarono futuri cardinali - come Antonio Correr -, santi - come il Patriarca di Venezia Lorenzo Giustinian - e ben tre papi: Gabriele Condulmer, Angelo Correr e Pietro Barbo, noti successivamente al mondo come Eugenio IV, Gregorio XII e Paolo II.
La congregazione giocò un ruolo fondamentale nella riforma osservante dell’ordine benedettino che si irradiò per tutto l’entroterra veneziano tanto da essere spesso indicata come la culla della "Chiesa veneta". Oltre che per l’esperienza religiosa, il cenobio lagunare si distinse però anche come luogo di squisita erudizione, dove si avviarono lo studio e la stesura di numerosi testi teologici e spirituali, come di sonetti e rime petrarchesche. Il convento è ricordato inoltre per la ricchissima biblioteca, impreziosita negli anni dalle numerose donazioni dei suoi celebri ospiti tra cui il grande umanista Niccolò Niccoli. Non era infine da meno la produzione artistica che vantava capolavori di artisti quali Cima da Conegliano, Gentile Bellini e Paolo Veronese.
La soppressione dei Canonici regolari nel 1668 da parte di Papa Clemente XI, al fine di assicurare a Venezia le finanze per la guerra contro i Turchi per il possesso di Candia, pose termine alla felice fortuna della comunità religiosa la cui eredità però valicò i confini della Laguna e resistette saldamente nei secoli successivi.

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Illustrazione: Girolamo e Francesco da Santa Croce, Crocefissione di Cristo, prima metà del XVI secolo (Venezia, Scuola Grande di San Marco di Venezia, sala capitolare). Fotografia di Cameraphoto Arte snc.